Testata Panorama
Titolo Non ci sono più i mestieri sicuri da sposare. Ecco che fine ha fatto il buon partito all’italiana
Neanche 2 mila euro al mese, più o meno come una commessa esperta dei grandi magazzini. Ci crediate o no, è quanto guadagna oggi l’11 per cento dei notai. E l’impoverimento della categoria che fino a ieri dominava la classifica delle professioni più ricche e agognate è solo l’ultimo e definitivo segnale di una inarrestabile rivoluzione sociale. I liberi professionisti di una volta, i detentori di indiscusso status riveriti a colpi di «dottore» dai parcheggiatori cui lasciavano le chiavi delle supercar e molto corteggiati da chi puntava a un buon partito garante di agiatezza matrimoniale, si stanno estinguendo. Inesorabilmente. Quel che resta di notai, avvocati, architetti adesso bisogna metterlo in un’altra casella, quella dei liberi professionisti ex privilegiati, in compagnia di una buona fetta di dipendenti una volta molto in alto nella scala sociale, come piloti, giornalisti, bancari... Ora scesi, loro malgrado, molti gradini sotto gli startupper che se la tirano da novelli Marc Zuckerberg. «Buon partito il notaio? Una volta..» chiarisce Giampaolo Marcoz, consigliere nazionale del Notariato. «Ora non è più così perché la crisi del mercato immobiliare ha ridotto le transazioni e quella del sistema bancario ha tagliato gli atti relativi ai mutui», continua, spiegando che nonostante gli ultimi studi di settore del ministero dell’Economia (relativi al 2015) collochino i notai in testa alla classifica dei professionisti con 217 mila euro di reddito lordo medio, la realtà è ben diversa. La statistica sarebbe ingannevole, falsata da una minima percentuale che guadagna più del doppio: il 70 per cento della categoria avrebbe invece un reddito medio netto di 5 mila euro al mese e l’11 per cento non arriverebbe, appunto, a 2 mila. Tanto che il numero dei praticanti si è drasticamente ridotto. Anni di studio matto e disperatissimo non converrebbero più di fronte alla prospettiva di un futuro che non garantisce i lussi di un tempo a tutta la famiglia. Le cifre, in effetti sono impressionanti: quasi 6 milioni di atti nel 2007 praticamente dimezzati nel 2015, compravendite scese dalle 809 mila del 2008 alle 589 mila nel 2016. «La crisi della filiera sta colpendo anche le strutture dei nostri studi, una voce di spesa importante: in questo senso siamo più penalizzati degli avvocati. Loro non hanno bisogno di strutture pesanti come le nostre». Non che gli studi più «leggeri» ed economici salvino la categoria che frequenta i tribunali. Anche qui buoni partiti estinti e sostituiti «da una categoria di nuovi poveracci», come chiarisce scherzando, ma neanche troppo, Andrea Perugini, avvocato civilista romano, 42 anni, moglie con lavoro part time, due figli. Il reddito medio fotografato dagli studi di settore è 49 mila euro, in leggera risalita rispetto ai 37.500 dell’anno precedente. Sempre poco rispetto agli anni delle vacche grasse. E i protagonisti fanno buon viso a cattivo gioco. Perugini, che rimpiange «di non aver fatto il meccanico, il falegname o un altro mestiere spendibile all’estero», lavora in proprio, ma divide le spese dell’affitto dello studio con un collega. Niente segretaria, «non potrei permettermi di spendere ogni mese mille euro, me la sbrigo da solo con il cellulare». Anche loro sono vittime di sovraffollamento e relativa concorrenza (sono oltre 230 mila), della filiera inceppata, dell’aumento dei costi fissi per incardinare una causa che riduce, giocoforza i loro onorari. E vogliamo parlare degli architetti, fino a qualche anno fa considerati creativi fighi e abbondantemente solvibili e oggi alle prese con guadagni ridotti di un terzo tra il 2008 e il 2013? Prima di risalire timidamente ai 21.200 euro di reddito medio fotografato dall’ultimo studio di settore hanno toccato il fondo nel 2014, annus horribilis della categoria con redditi sotto i 17 mila euro, secondo l’Osservatorio del Consiglio nazionale degli architetti. Tant’è che al momento di scegliere l’università, i diplomati si tengono alla larga dalla facoltà che una volta li attirava come mosche. Tra i 150 mila architetti colpiti dalla crisi di soldi e status c’è il romano Roberto Serini che, racconta, oggi incassa in sette mesi quello che prima guadagnava in un mese ed è costretto a dividere l’affitto dello studio con tre colleghi: «E pensare che ero stato spinto a questa professione da mio padre, direttore di banca, che negli anni Ottanta aveva come clienti tanti architetti che si presentavano in Porsche. Io giro con una Smart e la sto pure pagando a rate». Il problema oggi, oltre alla crisi del mercato immobiliare e al «fai da te» sul web, con siti che invitano a inviare le planimetrie delle case per consulenze da poche decine di euro è pure un altro: «Non c’è più un rapporto di progettualità tra il cliente e noi, ma solo degli episodi: ti chiamano per buttare giù un tramezzo quando vogliono ingrandire una stanza, per ristrutturare un bagno». Solo lavoretti... «Non ci sono soldi, è vero, ma è vero anche che non ci considerano più indispensabili». Le antiche, solide professioni e i relativi buoni partiti protagonisti sono agonizzanti insomma e, secondo Edoardo Narduzzi, che con Massimo Gaggi ha scritto La fine del ceto medio (Einaudi) i suoi killer facilmente identificabili: «Negli ultimi 30 anni tre tendenze hanno minato mestieri solidi» analizza. «Le nuove tecnologie che stanno rendendo superfluo il fattore umano, la scolarizzazione crescente che ha provocato un overbooking di professionisti e le liberalizzazioni che hanno creato la concorrenza low cost». Un quadro che, appesantito dalla crisi, ha reso tutti più poveri. C’è poco da fare, se non cambiare aria e mestiere. Tra i tre killer del buon partito, il web, poi è doppiamente spietato: da una parte c’è la concorrenza dei colleghi che si svendono su Groupon (escamotage degli avvocati al quale ha dato il via libera il Tar, dichiarando «anticoncorrenziale» il veto del Consiglio nazionale forense) dall’altra ci sono i clienti che puntano al «fai da te»: «Abbiamo perso clienti» spiega l’avvocato Stefano De Pierri, 48 anni, «perché la gente va a studiarsi le norme condominiali o gli articoli del codice su Internet. Ormai ci ritengono degli intermediari inutili, non pensando che le leggi le devi collegare, devi conoscere le sentenze...». Vallo a dire ai piloti di aereo una volta detentori di un fascino della divisa superiore a quello di medici, di contratti (in Alitalia) che si aggiravano sugli 8 mila euro e di pullmini con autista che, in nome della sicurezza, li andavano a prelevare a casa, con grande ammirazione e rispetto dei vicini. Oggi oltre a guidare la loro auto fino all’aeroporto devono vedersela con la crisi Alitalia e relativa procedura di cassa integrazione. O con le regole d’ingaggio di tante compagnie low cost che in nome della flessibilità utilizzano contratti a zero ore (che non garantiscono un minimo di ore lavorative, si lavora cioè a cottimo), e ai piloti fanno pagare di tasca propria anche il corso di formazione. Ma non è solo questo. «La crisi di Alitalia, dovuta non certo al costo del lavoro ma a grandi errori manageriali, ha fatto perdere autorevolezza alla nostra categoria», spiega un ex pilota che preferisce restare anonimo: «Adesso i passeggeri ci considerano dei semplici autisti». Che come salario d’ingresso devono accontentarsi di 1.500 euro, cifra che li espelle, senza pietà, dalla cerchia dei buoni partiti. Ma chi rimane, quindi? Il giornalista, una volta considerato un potente il cui ingresso in famiglia ne avrebbe fatto salire le azioni sociali, ora è tutt’altro che corteggiato: i fortunati che hanno un contratto (uno su cinque) devono vedersela con stati di crisi e ristrutturazioni, i freelance se la passano malissimo, pagati anche due o tre euro ad articolo dai siti. Tant’è che tra loro, l’80 per cento dichiara meno di 10 mila euro di reddito annuo. E i detentori del posto fisso in banca, una volta invidiata certezza di tante famiglie? Per carità. La categoria ora è marchiata dai crac, dal salvataggio di Stato delle banche venete e da cifre che parlano di 12 mila posti persi dal 2012 al 2015. Il segretario generale della Fabi Lando Maria Sileoni insiste nel difendere la reputazione sociale dei bancari («è una crisi occupazionale, non di identità») ma la musica che suona tra gli sportelli è diversa. «Buon partito? Lo erano i bancari di una generazione fa, quelli che potevano contare su 16 mensilità e premi vari. Io dopo 25 anni guadagno 2.200 euro al mese. Da quadro», racconta un bancario Bnl. Un posto fisso che ha perso appeal ma che è pur sempre più solido della situazione dei liberi professionisti, i cui redditi tra il 2008 e il 2015, secondo l’Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati), sono scesi del 20 per cento, con una media di 33.954 euro lordi. E allora? A meno di non riuscire a cambiare in fretta mestiere, di fronte a tali tracolli e a tanti scossoni ai tenori di vita familiari la psicoterapeuta Umberta Telfener, esperta di problematiche della coppia invita a cambiare prospettiva: «Una volta il buon partito era quello che dava sicurezza e ruolo sociale» chiarisce «Ora è tutto cambiato: alla volatilità di sentimenti e relazioni si associa quella della professioni e sposare un buon partito significa soprattutto legarsi a qualcuno dotato di talento e a cui piace il suo lavoro, qualunque esso sia. E a cui piace anche quello della sua partner che non non ha più voglia, come un tempo, di fingere di valere meno di lui». Addio ai solidi conti in banca, insomma, e pure all’argenteria delle liste di nozze. «Le coppie moderne non hanno più bisogno di posate d’argento, perché viaggiano leggeri». In tutti i sensi. n